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venerdì, 06 aprile 2007


eccomi quà...

 

VITA NUOVA



Pagò il conto e uscì come un fulmine dall’ospedale non aveva visto ancora nulla voleva farsi una sorpresa ma sapeva che comunque sarebbe nata a vita nuova salii in macchina e guidò per tutto il tempo col sorriso stampato in faccia parcheggiò alla meglio apri in fretta il portone e fece le scale tre a tre quando in un lampo si trovò finalmente di fronte allo specchio pronta ad ammirare il suo naso nuovo tutta la vita aveva aspettato quel momento quello straordinario istante dava senso alla sua meschina esistenza una vita racchiusa in un attimo che sarebbe durato in eterno.
- Nooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo-
tremarono i vetri e l’urlo fece eco in tutto il palazzo.
- non è possibile…-
disse inginocchiandosi a terra.
L’orrore prese il posto del sorriso e la disperazione si trasformò in in un fiume di lacrime.
Il suo vecchio naso era ancora al suo posto.
Non poteva capacitarsi di quello che stava vedendo era stata ben sette giorni in ospedale due ore in sala operatoria e per i primi tre giorni aveva sopportato dolori indicibili aveva scelto il miglior chirurgo che c’era sulla piazza e aveva speso tutto ciò che possedeva messo faticosamente da parte durante tutti gli anni della sua esistenza.
Fin da piccola dai tempi in cui memoria potesse ricordare aveva sempre avuto orrore di quel naso che irriverente e violento troneggiava sul suo volto lui era stato il protagonista di tutta la sua vita quella sua protuberanza l’aveva costretta a cammuffarsi nel copro e nella mente di chi come lei ne era prigioniera.
Niente aveva potuto contro di lui qualsiasi cosa indossasse qualsiasi pettinatura si facesse non era mai tanto prepotente come quel suo naso
gli aveva persino dato un nome e con lui parlava furiosa per minuti interminabili non servirono neanche i due anni passati da quello  psicologo col naso all’insù  che l’avevano solo convinta di quante bugie può essere in grado un essere umano di raccontarsi per accuietare e ammansire le proprie tempeste.
Aveva un bel da dire quel dottore
- mia cara ciò che conta è come lei si vede dentro come lei percepisce la sua persona e l’essenza che rappresenta-
Stronzate.
Come posso guardarmi l’anima se ogni volta devo passare dalla dogana del corpo dovrei non guardarmi più e non avere più uno specchio  dovrei pensare  di essere qualcos’altro per avere la serenità di sentire ciò che ho dentro e se quello che ho fuori rappresenta ciò che ho dentro come può esserci armonia in me se non c’è fuori di me?
Avevo otto anni la prima volta che ho cercato di tagliarmelo con un coltello da cucina fu mia nonna a fermarmi aveva urgenza di venire in bagno avevo gia tagliato tre centimetri di carne.
A dodici ho riprovato con la fibbia dei pantaloni di mio padre i coltelli erano tutti chiusi a chiave.
Mia madre tentava in tutti i modi di scavalcare la mia ossessione puntando sul senso di compassione per chi stà peggio e cosi tutta la mia infanzia fu popolata da amichetti “particolari” che lei portava in casa c’era l’imbarazzo della scelta il ben di dio bambini sulla sedia a rotelle quelli down bambini senza un braccio bambini cechi e sordomuti un pomeriggio mi portò anche un nano con lui sono diventata molto amica.
Non funzionò.
Ciò che vedevo era l’unica cosa che mi rappresentava ciò che rappresentava era orrido distorto innaturale violento assordante.
Ci si può distaccare dalla forma?
Ci si può distaccare dal senso reale della materia?
Cosi preponderante cosi solida cosi piena cosi vera presente.
L’acqua non è cosi lei prende la forma che trova anche l’aria.
Ma come posso io farmi acqua e aria?
A ventidue anni ebbi la mia prima esperienza sessuale fu anche l’ultima ne fui stordita non so neanche se raggiunsi il piacere ero succube di quell’uomo ma per la prima volta qualcuno aveva visto qualcos’altro qualcuno mi toccava e accetava ciò che ero al di là della mia forma solo dopo ho capito che ero soltanto un intermezzo invisibile che gli dava la possibilità dei piaceri del sesso i nostri incontri erano fatti solo di scopate riusciva a farmi fare ciò che voleva spesso piangevo mentre mi prendeva ma sembrava che le mie lacrime non facessereo rumore meschino e ingordo abusava di me cosciente della mia debolezza.
Mi lasciò al telefono dicendo che non si divertiva più.
Mio padre morì quando avevo trent’anni e mia madre con i suoi tacchi a spillo e quelle sue unghie laccate rimpiazzò presto quel vuoto economico.
Poco dopo tentai di suicidarmi  l’unica remora che avevo era lasciare a mia madre quel piccolo gruzzolo che avevo messo da parte.
Uscita dalla clinica mi resi conto che era stupido darsi per vinta e che la soluzione era dietro l’angolo sarebbe bastato un chirurgo estetico a risolvere i miei problemi.
Cosi passai altri dieci anni a mettere soldi da parte anche se ciò che guadagnavo facendo la bidella a scuola non mi permetteva di raccimolare tanto denaro in fretta ma ero determinata e facevo in modo di risparmiare su tutto diventai vegetariana rispanmiando sulla carne vendetti la macchina tutte le mattina facevo venti chgilometri per andare a scuola compravo solo vestiti usati e spesso usavo candele a posto dell’energia elettrica.
Quindici anni ci sono voluti per raggiungere la cifra dell’operazione.
Paola continuò a riflettere sulla sua vita senza capacitarsi del perché il suo naso fosse ancora al suo posto eppure aveva fatto tutto per bene grandi sacrifici forza di volontà  determinazione e quella operazione tanto dolorosa ma quella protuberanza  era ancora là varcando tutti  i confini della realtà.
Forse stava avendo un’allucinazione la stanchezza della degenza o il troppo desiderio di vedere una nuova vita l’aveva portata a vedere ciò che non era cosi tentò di calmarsi e decise di andare a riposare.
Passò una settimana chiusa in casa  tutte le mattine controllava davanti allo specchio ma quel maledetto non rifletteva ciò che avrebbe voluto vedere in quella cornice laccata oro continuava a vedere il suo vecchio naso li granitico e fermo.
Dopo dieci giorni fu costretta ad uscire per fare un po’ di spesa il fornaio la guardò in maniera strana poi fu la volta del droghiere che prorpio non voleva smettere di fissarla quando vide lo stesso sguardo nel fruttivendolo nonostante la sua  paurosa timidezza prese coraggio e disse
    - ma che cos’ ho di strano che mi stà fissando -
    - nulla di male signora stavo ammirando il suo nuovo naso ma non avevo il coraggio di dirgliero in effetti la trovo molto bella –
In quel preciso istante capii di non essere mai nata e che forse non sarebbe mai veramente vissuta.

scritto da:almavox ©
aprile 06, 2007 05:37
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racconti


lunedì, 24 aprile 2006


IL SENSO DELLA VITA 1
essere e sentire



PIERO IL BAMBINO


Sono le sette e trenta di domenica mattina  il sole è appena alto ma già la cucina
è inondata dalla nube di fumo di sigaretta della mamma.
-dio quel ragazzo mi farà impazzire! Piero sbrigati la colazione è pronta si fredderà il latte!-
la cucina si restringe in un lunghissimo corridoio  pieno di porte:
la prima sulla destra ha un grosso cartello con scritto “hasta la victoria siempre!”
la seconda sul lato sinistro è una porta a vetri ha una vecchia maniglia e barbose tendine
la terza è socchiusa ci sono briciole sul ciglio della porta e adesivi di calciatori
che si sono susseguiti nel corso degli anni alcuni sono vecchi e scorticati
altri più nuovi l’ultima porta sulla sinistra è chiusa a chiave meticolosamente
la vernice ormai scomparsa a preso il posto di scarabocchi poster  e materiale vario
dopo tre mandate la porta si socchiude si può intravedere dentro il buio ancora pesto
due piedi sporchi che solcano la soglia è Piero.
Piero è un ragazzino di 13 anni pesa circa 100 chili non si lava è distratto ama dipingere
è taciturno introverso e scostante è sempre spettinato odia  la musica classica
e si prende gioco delle femmine a scuola.
I suoi passi verso la cucina sono cosi lenti e pesanti che i suoi piedi lasciano orme riconoscibili
anche in quella moquette consumata.
-sei proprio come tuo padre guardati le mutande sono piene di buchi cosa aspetti a rammendartele!-
-sono l’unico in questa famiglia che ancora non può fumare perché?-
-lo sai bene potrai farlo quando avrai i soldi per comprarti le sigarette!-
il caffé ribolle  e gli schizzi vanno dritti a raggiungere il muro ormai ingiallito dalle altre macchie
- tuo padre si incazzerà …anche stamattina ho bruciato il caffé…-
-e poi proprio non capisco perché devo alzarmi un ora prima degli altri e mangiare questo schifo?-
-…zitto… e mangia –
Le grandi finestre della cucina danno sul giardino  un po’ come le case americane a pian terreno
fuori si intravede un’ amaca il resto è sfuocato l’alone marrone che percorre sui vetri è perpetuo e spesso
il suo colore è comune a tutta la casa persino il cane è marrone la tv il divano  il grande frigo
che appare appena entrati in cuucina e quella immacolata enciclopedia che inerme vede passare gli anni
come una vergine mai toccata che rimpiange il gusto del peccato e in questa monocromia di  toni odorosi
ogni tanto si erge malinconio e solitario l’olezzo del profumo vecchio della nonna
che mette puntualmente per andare al cimitero.
Piero accosta lentamente alla bocca i suoi corn flakes ha cosi disgusto di quell’intruglio
che spesso si sbrodola nel tentativo di risputare il boccone nella tazza.
-vestiti e esci ti voglio fuori dai piedi  tra 5 minuti devo preparare la colazione a tuo padre
lo sai che non vuole nessuno intorno quando legge il giornale-
Piero si alza con la faccia di chi sa cosa deve fare la canottiera sporca di latte
e quella pancia ballonzolante che proprio non vuole stare al suo posto.
in un baleno si veste e esce col suo zaino e lo skateboard sotto braccio.
Isuoi vestiti sono semplici come qualsiasi altro tredicenne una t-schirt dei jeans
e le sue amate catene che si rincorrono ovunque.
-mi raccomando passa a prendere le sigarette per tuo padre e la birra per tuo fratello-
Oggi fuori piove è primavera ma la pioggia non sembra infastidirlo  cammina a piedi
sotto quell’acqua nonostante il suo skate lento con l’aria assente di chi pensa altrove.
-Carla dove cavolo hai messo il giornale?-
-guarda sotto il cuscini del divano-
-Piero è uscito non ho da fumare…-
-si…gliel’ho detto le avrai quando tornerà…direi che quel ragazzo fà anche troppo-
-non è mai abbastanza deve crescere in fretta e diventare un uomo duro…
la vita è una merda e devi imparare a galleggiare-
-mi piacerebbe che studiasse…che avesse una vita diversa-
-toglitelo dalla testa tempo perso il prossimo anno verrà a lavorare con me in officina
e qui non si discute-
Le mani di suo padre sono tozze  sempre sporche quelle unghie nere che non torneranno mai pulite
come un marchio di riconoscimento di chi capisce la vita solo attraverso ciò che fisicamente tocca
la pancia invece è una costante della  famiglia i fritti e cibi pronti che la mamma prepara
hanno il gusto acre di chi non ha tempo per vivere.
Andrea l’altro fratello non si alzerà prima di mezzogiorno il sabato va a ballare e induscutibilmente
torna ubriaco e sfinito  la nonna è già uscita Matilde varca la soglia di casa alle 6 mattino
va al cimitero in chiesa poi passeggia per tutto il giorno bofonchiando da sola parole incomprensibili
la si rivede tornare la sera cenare in silenzio e rinchiudersi in camera verso le otto
col suo gatto in braccio e una tisana calda.
-ciao Piero…cosa fai?
-niente…vado in giro-
-ma cosi ti bagni tutto…vuoi il mio ombrello-
-non lo voglio il tuo ombrello…non mi serve nulla-
-Ieri mattina sei stasto bravo ad aiutarmi nel compitio…se non ci fossi stato tu avrei preso un brutto voto.
Ma allora non è vero che non studi mai...-
-E’ stato un caso..e adesso non mi scocciare!-
Francesca è l’unica bambina che cerca di fare amicizia con Piero nonostante il suo comportamento scostante
ha una cotta per lui e non si dà per vinta lo difende a scuola davanti agli altri compagni lo difende in famiglia
davanti alla mamma che non lo sopporta lei lo vede con occhi diversi al di là della sua sporcizia
e della maleducazione.
-quante volte Francesca ti dico di non stare vicino a quel Piero! Potrei anche passarci sopra
se almeno fosse uno studente modello oltretutto è uno zuccone-
-non è vero mamma! Piero è sempre preparato anche ieri a scuola mi ha aiutato a fare ilo compito
poi non lo so perché prende sempre cattivi voti sembra lo faccia apposta…-
-ciao Piero-
-ciao…il solito-
-il solito… bene…quattro birre per il fratello e tre pacchetti morbidi per il papà ma…
non è che beve un po’ troppo tuo fratello?-
-e a me cosa me ne frega.
-ma dove vai  tutti i giorni uscito di qua?
-dove mi pare si faccia gli affari suoi-
Piero prende il suo sacchettino esce dal negozio gira l’angolo del palazzo e si dilegua.
Non lo vedi mai in giro mai con degli amici mai usare lo skateboard non si sa cosa faccia o dove vada
per la gente del paese è un mistero va tutti i giorni al solito bar tabacchi gira l’angolo e scompare.
-vedi i soliti bastardi quest’anno aumenteranno le tasse e non riesco ancora a comprarmi
quel cazzo di compressore che mi servirebbe proprio-
-hai sentito della nostra vicina di casa? Sembra che torni suo marito dall’Australia…-
-ecco quello è un altro disgraziato che ha studiato una vita e deve emigrare in Australia per lavorare 
se si fosse risparmiato gli anni di università ora avrebbe più soldi da parte…...ma quando torna piero con le mie sigarette?-
“L’essenziale è invisibile agli occhi”
Antoine De Saint Exupery “Il piccolo principe” edizioni economiche tascabili  biblioteca della scuola
rubato come le altre decine di libri che giacciono in quel vecchio baule su qui Piero si siede per  leggere
tutti i pomeriggi alla stessa ora  con qualsiasi bollettino meteorologico
inbucato sotto quella vecchia galleria  in disuso.
Il comune  la vorrebbe  ingrandire  ma un comitato ecologista si è opposto.
E’ un posto sicuro ancora per lungo tempo.

 

scritto da:almavox ©
aprile 24, 2006 10:56
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racconti, trilogia del senso della vita


mercoledì, 22 marzo 2006


IL CENTRO DELLA TERRA


La sua giornata era stata pesante
Il lavoro la pioggia i pensieri i soldi la malattia
Tutto era sempre più difficile tutto era sempre più colmo
I suoi strati di pelle si erano assottigliati
sentiva tanto il freddo tanto il caldo
sentiva troppo l’amore troppo la sofferenza
troppo la gioia.
La sua testa era piena  di eccessi e sensazioni e la confusione era l’unica via da seguire
lasciarsi andare senza opporre resistenza.
Paolo l’aveva appena lasciata sull’uscio della porta ancora col suo sapore in bocca
e non le bastava la presenza rassicurante di un amante premuroso
pieno di carezze colorate baci e parole confortanti
la solitudine che sentiva era un assenza incolmabile
la prendeva allo stomaco come una grande fame
la fame bulimica di chi deve riempirsi per poi vomitare
il giorno era interminabile e l’unica cosa che la sosteneva era il pensiero della notte che sarebbe arrivata
si
finalmente  respirare e cullare dolcemente quel suo dolore che tanto la faceva sentire viva
finalmente l’aria era più morbida e i rigurgiti violenti del mondo che di giorno le cadevano addosso ora dormivano
o comunque facevano più silenzio
anche chi ha fame è più silenzioso la notte
chi stà morendo in un letto chi ha perso tutto chi corre chi violenta 
chi vive
di notte tutto ha più rispetto del silenzio
anche l’umanità.
E i mille pensieri si muovono lenti il silenzio è cosi forte da dare senso
anche al rumore
Non c’è presenza più grande nel pensiero dell’assenza.
La tv ormai era solo un cumulo di pixel luccicanti in movimento e le decine di sigarette appoggiate in verticale sul tavolo
sembravano mille steli in un campo di papaveri
“need a call” quella canzone andava da più di due ore e quella ripetizione era diventata un circolo sonoro che la cullava
le lacrime che la accarezzavano  incessanti erano l'unico rumore fisico che sentiva il suo corpo
Le tre
la stanchezza stà arrivando le palpebre si chiudono
è ora di andare.
Vivere.

scritto da:almavox ©
marzo 22, 2006 13:21
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racconti


mercoledì, 21 dicembre 2005



IL TEMPORALE


Il volto di Rael  era coperto di sangue mentre le sue mani accarezzavano ancora quel  corpo cadavere riverso in terra.
La sua presenza era l’unica  prova che quello fosse stato un essere umano qualche istante prima
I pezzi di carne dilaniati erano sparsi un po’ ovunque  e di certo il colore rosso del sangue è comune anche agli animali.
L’amore con cui aveva vissuto quella vita straziata era pari al nulla
sconfinato e presente 
l’assenza dei suoi occhi mentre fissava il vuoto non ricordava niente
se non un  grande iride verde incastonato in quella palla bianca.
Nelle sue mani  soltanto la sua storia nelle sue unghie sporche la verità
della  terra su cui le appoggiava.
Le macchine della polizia e delle televisioni passavano veloci e irriverenti mentre alzavano e impastavano polveroni di  terra con la freddezza delle immagini che ripetute nella mente e negli occhi anestetizzano quel poco di umano che è sorretto dal niente.
Tutto sembrava  veloce  e il tempo avaro aguzzino si concedeva al dolore tanto quanto un amante frettoloso.
I rumori della città si accavallavano formando un unico gomitolo di frastuono
le persone si rincorrevano alla ricerca della messa a fuoco dell’immagine.
La solitudine doverosa che tentava di affacciarsi facendo spazio a quel dolore veniva  afferrata come un rapace in picchiata dai pensieri ingombranti dei passanti.
In quel momento la pioggia iniziò a cadere e quella coperta di polvere
che ormai appesantiva i corpi 
iniziò a lavare  dolcemente con religioso pudore compreso il sangue che macchiava quella strada.
Quella pozza rossa che andava verso il tombino ricordava  la vita  come un corpo in movimento che segue  il flusso
che sa dove andare.
La folla apparentemente attenta  iniziò a correre di qua e di là alla ricerca di un riparo.
Quell’acqua era riuscita a distogliere l’attenzione  sulla tragedia che si stava consumando.
Quel potente e inatteso temporale  a lei invece sembrò una carezza
un dono
un’abbraccio delicato che la cullava uno spazio trasparente che la isolava da occhi  ingordi  e indiscreti.
Abbandonò le braccia morbide in terra e alzò lentamente il volto al cielo
lasciò che l’acqua lavasse il suo viso  e si regalò per un attimo quelle lacrime
inopportune che l’avevano colta  di sorpresa.
Nessuno l’avrebbe vista 
le lacrime si sarebbero mescolate  alla pioggia e la prova  della sua umana fragilità  sarebbe passata inosservata.
Si alzò da terra con le vesti appesantite dall’aqua unica testimonianza fisica della presenza del suo corpo e si incamminò verso casa.
Saim era il terzo figlio ucciso da una bomba e purtroppo altri sei la stavano aspettando.

scritto da:almavox ©
dicembre 21, 2005 05:40
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racconti


venerdì, 16 settembre 2005

LE TRE


Le ore piccole della notte mi stimolano stranamente in maniera rassicurante riflessiva
mi accendono i pensieri
mi placano mi dilatano.
Tutto mi appare interessante il tempo rallenta
il battito del cuore mi adagia e mi rilassa e allo stesso tempo mi eccita
la notte appare sempre generosa  infinita e credi che il tempo si fermi e sia li per te ad aspettarti.
Le tre del mattino non è un ora qualsiasi ovunque tu ti trovi  e specialmente se sveglio fuori dal tuo letto.
Sono in macchina alla stazione ad aspettare un amico che sta per arrivare
la temperatura  calda e straordinariamente soffocante mi accarezza anche se non lo vorrei
appoggio il gomito al bordo dello sportello dopo che ho tirato giù il finestrino
mi accendo una sigaretta
mi tolgo la giacca ho caldo.
La notte è qualcosa che mi stravolge
come sabbia in un setaccio separa  le vite
tutti i granelli più simili passano al di sotto
rimangono nel setaccio sassolini pezzi strani tutti diversi
il meglio
le cose da guardare vivere osservare
le cose che fanno riflettere
la vita la vedi di notte.
Dall'uscita della stazione escono un po' di persone poche
un ragazzo molto alto con uno zaino in spalla che appare essere  pesante
sembra stanco è senza scarpe i piedi sono neri ha un bel volto solare e schietto
i suoi vestiti non sono alla moda sicuramente non è un figlio di papà ma non sono neanche dismessi ne malconci
non è neanche un fricchettone
è indipendente.
Si toglie lo zaino e si  siede
non in terra come ti aspetteresti ma sulla panchina sotto la pensilina del bus
guarda l'orologio si rimette le scarpe apre lo zaino tira fuori una coperta si adagia sulla panchina e dorme.
Perchè si è rimesso le scarpe?
Forse è esperto nel viaggiare e sa che un paio di scarpe comode sono fondamentali e non ci si può permettere di farsele rubare e forse ha solo questo di prezioso nel suo zaino
o forse è un tipo pratico e al di là del resto ritiene sia l'oggetto più importante in quel caso.
Amo osservare gli altri anche molto a lungo
mi fisso su dei particolari e cerco a ritroso di farli viaggiare e di ricostruire il personaggio che ho davanti.
Tiro fuori la testa dal buco del finestrino
in agosto il cielo è sempre molto stellato
pieno
gonfio
ogni millimetro ha un suo senso è riempito da qualcosa
mi sento sempre parte del cielo ogni volta che lo guardo
mi alzo da terra come se fossi tirata su da qualcosa in posizione orizzontale a gambe e braccia allargate
e salgo
e mentre salgo mi spezzetto e inizio a dividermi in milioni di pezzi
dispersa ovunque io guardi sono un po' quà un po' laggiù un po' chissà dove.
Tre e un quarto.
Ecco quello è proprio un animale notturno  della zona
il suo passo è claudicante
gli occhi sono fissi e legnosi sulle cose che osserva
osserva ovunque e chiunque.
La stropicciata busta di plastica che porta adagiata al polso sinistro mi da l'idea di una persona non troppo mentalmente stabile.
Ha adocchiato qualcuno un tipo giovane sulla ventina che siede in un'auto sportiva nera con la musica a tutto volume
lo guarda nella convinzione di non essere visto
lo osserva attentamente con lo sguardo di chi ha scoperto qualcosa di strano en interessante
circumnaviga la macchina si ferma
inizia a sbavare
la bava gli cade abbondante sulla camicia bianca
la camicia è macchiata ovunque
ogni macchia  sembra stabilire un orario della giornata in cui ha sbavato.
Chissà se  a casa qualcuno lo aspetta per accudirlo.
Il ragazzo della macchina si rende conto di chi lo sta fissando e fa finta di niente.
L'uomo torna indietro poi di colpo come un pazzo inizia a correre
attraversa il grande incrocio della stazione due o tre volte di corsa
una macchina inchioda le altre lo schivano c'è chi suona qualcuno gli urla
lui inizia ad urlare poi di colpo si ferma in mezzo all'incrocio
torna lentamente indietro
si siede accanto all'altro addormentato sotto la pensilina dell'autobus e si calma.
Che vite straordinarie.
Al di fuori dell'ordinario
coraggiose
alcune sono ai limiti
alcune sono i limiti.
Altre forse nonostante tutto si sentono nella normalità come fanno tutti gli altri
alcune non la vivono ma fanno di tutto per cercarla nell'apparenza
molto spesso avere un bel vestito addosso fa sentire ricchi.
Alcune vite invece non hanno bisogno della normalità e  questo concetto che a molti appare cosi chiaro è solo uno dei tanti i cui confini non hanno terra.
Chissà cosa pensa una persona cosi quando guarda gli altri
forse penserà la stessa cosa che la gente pensa di lui.
Tre e mezzo.
Sono arrivata con circa un ora di anticipo alla stazione ma mi sento bene qui
ho tutto ciò che mi serve
il caldo di una notte di agosto le sigarette e la libertà di non avere  il tempo in casa come un genitore severo.
Il caldo mi piace distende le fibre del mio corpo come fa un ferro da stiro con una maglia stropicciata
mi sento più morbida più rilassata quasi gommosa e poi tutto passa dalla pelle nuda
i vestiti non sono più un confine invalicabile 
tutto ciò che accade in estate passa direttamente attraverso il corpo prima che dalla mente
ho un contatto più immediato attraverso i sensi con tutto ciò che viene da fuori.
Anche l'odore della stazione mi piace
quello strano odore acre e acido dei binari arrugginiti specialmente quando sono bagnati
è un misto tra la ruggine e l'odore forte e penetrante dei solventi  che usano per pulire i treni.
Questo accade in prossimità dei binari ma tutt'intorno  si mescola agli odori delle persone che la vivono
Strani deodoranti i profumi accecanti delle signore quelli forti o piacevoli delle ascelle bagnate di sudore
gli odori dei piedi e dei ristoranti
gli odori degli amanti che di notte fanno l'amore viaggiando
gli odori dell'alcol lasciati da qualche ubriaco
gli odori del dolore di qualcuno che scappa di qualcuno che torna
gli odori di stracci piscio e lacrime che lascia chi dorme nel marciapiedi accanto ai binari
gli odori dei giornali freschi di stampa
gli odori dei biglietti che vengono timbrati
gli odori di fatica dei pendolari che partono quando nasce il sole
il mio odore dentro questa macchina mentre vivo le vite altrui.
-Scusa hai da accendere?-
-mi stupirei del contrario...prego-
-stanotte proprio non ho clienti, domani dovrò lavorare anche di giorno...-
-come ti chiami?-
-Antonella -
Antonella avrà circa venticinque anni è alta e molto prosperosa con quelle forme di cinquant'anni fa che ora non si vedono più
è tutta in carne ma ben proporzionata e sinuosa
non è volgare anche se l'abito non permette nulla alla fantasia
lo spacco arriva sin sotto al pube puoi vedere il colore rosso degli slip e il seno è ben schiacciato e in mostra
ma le sue mani sono delicate senza anelli e i suoi riccioli biondi naturali risaltano quei dolci occhi scuri
non ha profumo e non puzza di sudore
non so se guadagna molto ma i suoi vestiti mi dicono che sicuramente non spende.
-sei bella ti piace il tuo lavoro?
-delle volte si altre no...come tutti gli altri lavori... credo-
-Si.E' vero-
Mentre sono finalmente decisa di scendere dalla macchina per continuare la conversazione che si prospetta interessante qualcuno le tocca il culo e le chiede quanto vuole.
-Ciao...la chiacchierata sarà per un'altra volta.-
Sono le quattro vedo da lontano gli abiti e la sagoma  dell'amico che stavo aspettando
apro la portiera.
Il tempo è rientrato a casa.

scritto da:almavox ©
settembre 16, 2005 21:16
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racconti


mercoledì, 27 luglio 2005


IL GRIGIO

Carlo contava le nuvole
da sempre sin da piccolo.
Quando andava a comprare il pane puntualmente con naso all'insù
si imbatteva nel solito palo della luce che costeggiava l'angolo del palazzo
una piccola botta al naso e via.
Non staccava mai gli occhi dal cielo
le cose attorno a se le osservava con la coda dell'occhio
la visione del mondo era ovviamente  limitata è difficile guardare bene più cose contemporaneamente.
A circa 15 anni ne aveva già contate dieci milioni
a scuola guardava dalla finestra e in casa il posto in tavola e il letto  erano rivolti verso il blu
la famiglia era disperata e la sua vita con gli amici era impossibile
non riusciva ad avere una ragazza e le cose su cui tentava di impegnarsi non arrivavano mai a buon fine.
A trentanni ebbe un grave incidente non si fece troppo male ma uccise una persona
stava contando un temportale.
Il lavoro non andava ma non poteva smettere di fare l'unica cosa che riusciva fare
contare le nuvole.
A cinquantanni aveva passato il mezzo miliardo e le forme delle nuvole che vagano nella sua testa
erano ormai  bianchi fantasmi di cui non aveva controllo
la sua mente era come  un grande cielo  ormai saturo per farvi entrare qualcos'altro
la sua prigione non aveva confini ma un solo colore.
Non riusci mai a guardare il suo volto nello specchio.
Qualcuno con stupidità gli chiese "perchè lo fai?"
la risposta ovviamente fu "non lo so"
il giorno che il dottore in quel piccolo ambulatorio gli disse che sarebbe morto di li a poco
Carlo si alzò e disse "finalmente"
guardò il dottore negli occhi
"sono pronto per morire".

 a te  al tuo unico colore

scritto da:almavox ©
luglio 27, 2005 03:11
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racconti


sabato, 11 giugno 2005

L'OMBRA DI LUISA


-“quando  si vola  alto non si riesce nemmeno
a vedere la misura di un essere umano
tutto è piccolo da quassù
giù  solo umani piccoli puntini.”-
Rileggevo a voce alta quello che avevo scritto un attimo prima
-“Qualcuno ha detto  "vorrei fare a te ciò che la primavera fa ai ciliegi"”.-
ho sempre immaginato qualcosa del genere nel pensare all’amore
ma la misura delle cose è una unità particolare  
quando non si cammina in mezzo agli altri tutto ingigantisce pensieri paure emozioni.
Quando si cammina da soli tutto ciò che ci sta intorno scompare insieme a noi.
Oggi in ufficio il tempo è volato le pratiche si moltiplicavano sulla mia scrivania ma la serenità con cui distribuivo il lavoro era diversa dal solito non avevo frenesia ne fretta di finire quella montagna di cartacce e le solite facce che mi passavano attorno avevano un alone diverso tutto nuovo…erano estranei.
-la cena è pronta!-
-si…arrivo…un momento-
non ho fame non ho voglia di  mangiare ho solo voglia di scrivere di stare con me stessa riflettere.
Lucia stasera non voleva stare da sola cosi è venuta a trovarmi
è un amica e sa anche stare in disparte senza invadere i miei spazi.
Viene ogni tanto per condividere con un altro la sua solitudine cucina guarda un po’ di tv legge oppure parliamo se mi va.
-mangerò per onorarti visto che hai cucinato per me questo stupendo sformato-
-di… ma cos’hai in questi giorni?
-non lo so tante cose che sembravo aver superato mi tornano in testa come tranelli è una sensazione tremenda. Ho passato il più brutto anno della mia vita scavato meditato pianto lavorato su me stessa come mai avrei immaginato di voler o poter fare-
Lucia mi guarda e poi abbassa gli occhi sembrava capisse cosa mi stesse succedendo.
-è normale-
-cosa?-
-quello che sta succedendo è assolutamente normale ti stai mettendo alla prova …hai imparato qualcosa dai tuoi errori?-
-forse è cosi…forse hai ragione non lo so…scusami stasera non sono in vena torno a scrivere-
-non preoccuparti io sono qua … non mi muovo...-
Mi piace scrivere al computer e vedere le lettere che piano appaiono e si rincorrono formando parole.
“C'è accanimento nel modo in cui ci si rifiuta di amare se stessi
e cosi l’amore sfocia riflesso incondizionato in un altro modo
un percorso obbligato sbagliato verso cose che non ci appartengono.
Amore deve uscire
se amore  ha albergato.
Non sbocciano semi mai piantati
non ci sono ciliegi da far sbocciare ma solo piccoli puntini da quassù.”
Rifletto penso sono serena ma nervosa… aspettare prendermi cura di me stessa e aspettare.
Sento un rumore ma non gli do peso continuo a scrivere.
Scrivo e scrivo per ore fumando una sigaretta dopo l’altra e non mi sembra mai abbastanza i pensieri volano non so se riesco a incanalarli ma c’è un flusso che inevitabilmente fuoriesce.
“Siamo inesorabilmente ombra di una luce che ci illumina
senza luce siamo buio
senza luce non c'è ombra
siamo corpo
ma soprattutto siamo ombra”
Mi alzo devo andare in bagno ormai sono  ore che sono qui seduta.
E' buio  e Lucia sembra essere andata 
ero cosi intenta che non l'ho sentita  neanche uscire...ah si ...forse il rumore di  prima.
-dio mio… cos’è successo!-
Era stesa a terra in una pozza di sangue ormai secco che sembrava segnare una piantina dal pavimento fino ai polsi  simile ad una strada come se ne vedono tante.
Il mio gatto era li tranquillo
che l'annusava accovacciato accanto al suo volto.
Aveva stampato il suo solito sorriso ironico sereno di chi sa di chi ha compreso
e quel suo vestito a pois che si confondeva sul pavimento faceva risaltare soltanto quei suoi splendidi capelli rossi.

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giugno 11, 2005 22:22
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racconti


giovedì, 02 giugno 2005


illustrazione di Giuseppe Bianchessi


IL FIUME

comprai un bel vestito pensando agli occhi di chi lo avrebbe guardato
iniziai a camminare felice immersa in quell'aria primaverile colma di profumi mentre persone avanti a me si affollavano intente a percorrere la città.
Il sole scalda e non solo la pelle
gli odori si affollano impastandosi al calore
ogni tanto quando un filo d'aria fresca riesce a penetrare
la pelle e i sensi si dilatano percependo profumi particolari e i pensieri prendono strade inusuali.
Era un vestito a fiori allegro sensuale
l'avrei indossato con i capelli raccolti lasciando il collo e le spalle nude
niente orecchini o ness'un'altro monile le forme pulite e lisce della pelle
forse un poco di tacco senza ostentare per lasciare irrigidire le gambe nervose.
C'era tanto rumore attorno a me ma non riuscivo a percepirne alcuno
la città era solo mia e tutta la gente che si affollava sul ponte colorava soltanto il mio percorso
camminavo felice con quel pacco in mano.
Sarei stata bellissima ai suoi occhi mi avrebbe guardato diversa dal solito
femminile maliziosa e lo sarei stata lasciando per un momento far parlare solo i miei sensi
sarei stata morbida carnale per mostrargli il desiderio che suscitava in me
sarei stata intima e delicata lasciando entrare nelle mie stanze i profumi che emanava.
Mentre andavo per la strada del ritorno osservai il fiume
l'acqua non si chiede proprio dove sta andando
si muove in una sola direzione costante continua
come potrei andare nella direzione opposta all'acqua rimarrei solo ferma
come potrei opponendomi a quel flusso.
Nel mio fiume che scorre non posso fermarmi.
Aprii il pacco mi immaginai con quel vestito
gettai il vestito in mare
era una giornata bellisima

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giugno 02, 2005 18:44
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opere, racconti, arte


sabato, 28 maggio 2005

CON TE

questa notte ti cerco
cerco affannosa il tuo odore che sento diffuso passando dalle mie narici
buono il tuo odore specialmente li proprio in quel punto li
la mia pelle si inerpica su se stessa attendendo un brivido un segnale della tua presenza
il tuo respiro lieve e caldo si appoggia al mio collo ma il suo ritmo regolare non parla di attese
d'un tratto la pelle del tuo braccio fresco da dietro mi abbraccia accarezzandomi un seno come a volerlo chiamare lieve timido
io reagisco mi inarco con la schiena cerco la prova del tuo desiderio
mi stringi ancora sereno e delicato
ma io ho voglia di te delle tue mani che attendo ansiosa mi ricordino di quel liquido caldo che passa veloce nelle vene
quell'ansia dolce e irrequieta dell'attesa che di li a poco inonderà la mia pelle
brividi ancora brividi ma non c'è reazione ne presenza se non il calore del tuo corpo che è accovacciato vicino al mio
allora mi allontano mantenendo il contatto di quella solitudine come piace a te
e ti vedo ti sento comunque nell'immaginario dell'archivio dei miei pensieri
la mia mano destra tiene composta un fazzoletto del tuo corpo appoggiandosi a te
mentre la sinistra si avvia a sentire l'energia che indipendentemente scorre
generosa si distende da sola sotto la mia mano mentre impotente lascio andare movimenti istintivi
mi sento come dentro un' implosione sorda un buco nero e quella strana inattesa sensazione si accompagna alla gioia fisica di sentirsi eccitata e inebriata al ritmo singhiozzato delle mie anche che sussultano
mi muovo nervosa ma in silenzio
pudica nel non farti partecipe di ciò che sto facendo
mentre godo toccando me stessa ti penso ti voglio e ancora pudica e silenziosa mi giro di fianco per riprendere a dormire
un po' più stanca.

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maggio 28, 2005 00:32
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racconti


mercoledì, 04 maggio 2005

MARCO IL VICINO DEL 5° PIANO

la finestra della camera era aperta
fuori si potevano vedere le chiome degli alberi illuminate in parte dal lampione acceso
le fronde in ombra creavano strani luccichii il vento forte ne muoveva violentemente le foglie
e nella stanza entrava aria calda leggera.

marco era al buio nella sua stanza intento soltanto nell'ascoltare quell'aria che dolce lo cullava attraverso i suoi pensieri
visioni e frasi scorrevano libere senza meta
e quell'intensa solitudine che pervadeva il suo stomaco e la sua pelle riusciva inesorabilmente a farlo sentire vivo.

quella violenta luce artificiale che vedeva riflessa fuori sottolineava ancora di più il buio tutto intorno
e lo spazio nero che si creava all'orizzonte sembrava infinito come un mare rilassato e calmo
il suo corpo diventò leggero impalpabile le sue membra si staccarono dalla sedia e iniziarono a galleggiare

il pensiero di silvia lo inquietava
quella creatura era entrata silenziosamente ma decisamente nella sua vita senza rumore alcuno
come una finestra sicura che si spalanca fiera al vento
il suo odore era dolce e il suo volto generoso e sincero

quella sensazione era senza tempo senza colori senza  perimetro
non sentiva più le sue mani non sentiva più le sue gambe non il suo volto
era solo leggero e felice
cullato in quell'aria calda ed eterea

a un certo punto si addormentò
con la certezza della felicità che sentiva
un grande freddo alla schiena
e la strana sensazione di aver volato dolcemente per cinque piani.

scritto da:almavox ©
maggio 04, 2005 23:17
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racconti


venerdì, 22 aprile 2005


LIBERTA' DI AZIONE LIBERTA' DI PENSIERO 3
epilogo


-scusi lei è libero?
-sì grazie-

scritto da:almavox ©
aprile 22, 2005 13:28
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racconti, trilogia della libertà


domenica, 17 aprile 2005

LIBERTA' DI AZIONE LIBERTA' DI PENSIERO 2
causa ed effetto
(ad ogni azione corrisponde un'altra azione conseguente)


"JOHN FANTE E LA POLVERE"
 
-ma come fai a dire che "chiedi alla polvere" non sia il romanzo più bello di john fante! -
-contorto, troppo appassionato....-
-ma stai scherzando! la sua scrittura è visiva ma pulita-
-in realtà a me non piace per niente è inutile che insisti-
-va bè lasciamo perdere. un pacchetto di ms per favore
mentre aspettavo il mio turno ascoltavo la conversazione di quei due.
-un biglietto del bus grazie-
Questo fante mi aveva incuriosito, arrivato in biblioteca rendo il tomo di fisica1, vado a cercare fante lo trovo lo prendo.
Paolo esce dalla biblioteca arriva in ufficio e si apposta alla sua scrivania, oggi il lavoro è scarso e senza pudore apre il libro e inizia a leggere.
Paolo è un single indipendente e pignolo quello che ha gli basta il suo lavoro la palestra e il sesso ogni tanto.
Ci sono cose che gli mancano ma non se ne preoccupa le malinconie passano e la vita continua.
E' un uomo curioso che si interessa a tutto sfrutta e vive le sue esperienze meticolosamente, cerebralmente, le cose scivolano su di lui come come l'acqua nelle piogge estive scrosci improvvisi violenti ma rapidi.
Lucia quella della scrivania di fronte timida introversa e molto intima, era sempre stata incuriosita da lui ma non comprendeva bene il suo carattere e questo non le aveva mai dato il coraggio di dichiararsi ma il libro che Paolo stava leggendo evidenziava un lato della personalità che non le era mai saltato all'occhio, lei ama quell'autore, prende coraggio e gli scrive una lettera contenente un passaggio di quello stesso libro, così lui forse capirà.
-vado a prendere un caffè vuoi qualcosa?-
-no ti ringrazio sei...... gentile-
Si alza e la nasconde tra le pagine del libro mentre lui si assenta dalla sua scrivania.
La mattina dopo in autobus il libro in mano assieme a cartellette dell'ufficio -non mi piace molto questo romanzo lo riporterò in biblioteca- pensava, nel frattempo l'autobus frena bruscamente il libro scivola a terra e fa inciampare una persona che cadendo si fa male, lui la soccorre è costernato.
-si è fatta male? non è stata colpa mia mi dispiace.... questo libro-
l'autista blocca l'autobus nella confusione generale sono costretti a chiamare un ambulanza.
E' li steso accanto alla donna, raccoglie il libro da terra, forse dovrà ricomprarlo si è rovinato e non si accorge che dalle pagine cade la lettera, in realtà non l'aveva ancora vista.
Attendono l'ambulanza lui è li accanto a lei le tiene la mano e osserva intenerito le sue dita affusolate non ha anelli è semplice ed elegante, non ha neanche la fede.
-la prego non mi lasci ho paura-
Il soccorso arriva lui sale nell'ambulanza il minimo che possa fare è accompagnarla e poi in effetti quelle mani bollenti e umide lo hanno scaldato, non ha mai visto una donna cosi bella e non vuole lasciarla andare.
Cristiano vede quella lettera in terra, sembra personale ma non sa di chi sia ormai da quell'autobus sono scesi tutti, la raccoglie, incuriosito e la mette in tasca.
Sta andando dallo psicologo stavolta rischia grosso, la sua storia è finita e in quell'amore aveva puntato tutto, troppo, mentre cammina verso lo studio i rumori del centro città possono solo essere un ronzio di sottofondo i suoi pensieri rarefatti si mescolano a quel ronzio creando un miscuglio di suoni sconclusionati, non sente niente ne dolore ne gioia, non sente neppure l'aria gelida del mattino che taglia la sua pelle e la percezione del suo corpo è ridotta alle suole delle scarpe che calpestano il terreno, pensa alla morte in maniera serena e lucida quello è l'unico pensiero che si affaccia nitido.
La seduta scorre come una puntura indolore il cammino a ritroso verso casa è come un nastro al contrario gli stessi movimenti e gli stessi passi che ricoprono le orme precedentemente lasciate di nuovo l'autobus dalla parte opposta e le facce sembrano le stesse dell'andata.
il giorno dopo è al parco ad immortalare con la sua macchina fotografica ancora volti e storie quel lavoro come fotografo per una rivista è l'unica cosa che lo tiene vivo.
C'è una macchia rossa in mezzo a quel poco verde di fine inverno è un vaporoso vestito femminile, si avvicina e allarga lo zoom, è li da sola mentre legge un libro "chiedi alla polvere" ricorda qualcosa, quel titolo l'ha letto da qualche parte, si certo nell'autobus per terra, poi mette una mano in tasca e tira fuori la lettera che aveva raccolto il giorno prima e mentre continua ad avvicinarsi a lei la osserva il colore dei suoi capelli è un corvino lucente e il suo volto sereno ammanta l'aria che la contorna, si ferma apre la lettera e legge " - i capelli neri, folti e pesanti, sembravano un grappolo dietro cui si nascondeva il collo. Era come un santuario, quel locale. Tutto li era santo, le sedie, i tavoli, lo straccio che aveva in mano, la segatura che calpestava. Lei era una principessa maya e quello era il suo castello. Fissai le huarachas sfondate che scivolavano sul pavimento e sentii di desiderarle. Avrei voluto tenermele strette al petto mentre mi addormentavo, stringerle a me e respirarne l'odore-".
Di colpo tutto si fa chiaro come una visione pulita e semplice in un attimo la percezione della sua vita gli appare nitida come mai l'aveva sentita, come quelle splendide poche righe.
Si avvicina a lei sul prato lascia cadere la lettera accanto in terra e se ne va regalandole un sorriso.
Era una giornata stupenda e aveva una gran voglia di vivere.
-senta mi scusi io prenderei questo ma la copertina è completamente rovinata e molte pagine dentro sono sporche piene di pedate e molti periodi sono illeggibili....-
-cosa vuole che le dica qui dentro abbiamo circa 50000 libri, lei sa quante persone passano ogni giorno di qui?.

scritto da:almavox ©
aprile 17, 2005 14:26
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racconti, trilogia della libertà


domenica, 10 aprile 2005


LIBERTA' DI AZIONE LIBERTA' DI PENSIERO
(libero arbitrio) prologo

Parole pesanti adagiate su generoso pensiero, lancio indomito di saette
veloci che trafiggono semplici e leggere un bersaglio nitido facile
da colpire.
libertà di azione.
Pensiero che specchia se stesso di se stesso si nutre, giri concentrici.
libertà di pensiero.
Azioni convulse, meccaniche, violente, automatiche, logiche, scelta.
libertà di azione.
libertà di guardare l'altro ucciderlo, di guardare l'altro non ucciderlo,
luoghi aperti e sconfinati, qui dentro.
libertà di azione.
Ampio raggio fuoco a disposizione intenti dubbiosi ma fruibili.
libertà di azione.
libertà di essere e pensare dentro e fuori se stessi, scegliere, agire.
Pensiero e azione legati tra loro lontani tra loro, logica, sintesi, talento.
Farsi schiaffeggiare.Libertà di pensiero.
Schiaffeggiare.Libertà di azione.
Oggi ho imparato qualcosa. qualcuno mi ha insegnato qualcosa. io mi
sono insegnato qualcosa.
libertà di pensiero.
adagiare il volto sui desideri, varie mani li esaudiranno.
sentire la propria libertà, qualcun' altro comprerà il tuo lavoro.
libertà di azione.
scendere in strada dare una moneta a un mendicante, scelta.
libertà di azione.
La moneta cade il mendicante la raccoglie viene investito.
libertà di azione.
libertà così rinchiusa nella propria da poter liberamente scegliere
di soffocarsi con una busta di plastica.
libertà di azione.

scritto da:almavox ©
aprile 10, 2005 03:48
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riflessioni, racconti, trilogia della libertà


sabato, 02 aprile 2005

ESTETICA DELLA METAFISICA
(tirar fuori pennelli tele e colori, sedersi davanti alla tela, alzarsi, riporre tutto al loro posto e sentire di aver dipinto)

Isabella si staccò da Marco e si mise velocemente a correre
strattonò la borsa che cadde a terra ma riuscì a mettersi davanti al cofano della macchina urtandolo
che inchiodò fortunatamente.
-idiota! ma sei ubriaco!-
Spostò il cane dalla strada, aveva solo preso uno spavento.
Marco la guardò, con occhi sufficenti, sembrava non approvasse la sua istintiva incandescenza nel sentire la vita
-ma cos'è che ti rode di più? .....la forma o il contenuto, delle cose-
gli disse rimettendosi la borsa a tracolla.

scritto da:almavox ©
aprile 02, 2005 19:54
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riflessioni, racconti